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Rinnovamento

Per vari motivi, tra i quali anche la nuova direzione presa dal blog da un paio di mesi a questa parte ho deciso di spostare tutto in casa BigG.
Il blog qui era nato in origine con uno scopo e un altro nome “Diario quotidiano… o quasi” e nel tempo di quel diario era rimasto solo il “quasi”. Quando finalmente ho trovato altre motivazioni per scrivere ho pensato fosse meglio ricominciare da capo e in un luogo diverso. Ho riportato nel nuovo blog tutto quello che ho pubblicato qui da fine marzo in avanti, recuperando e risistemando anche un post più vecchio.

Questo Blog quindi si ferma qui. Vi aspetto nella nuova dimora…

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Ciao,

Mick

Pagine silenziose

Adoro le librerie, soprattutto quelle dove ci si può sedere e osservare i movimenti delle persone tra gli scaffali, in cerca di sapere, divertimento, emozioni. Pagine che vengono sfogliate di sfuggita, parole lette rapidamente che emergono all’improvviso come i raggi del sole attraverso le nuvole e altrettanto rapidamente scompaiono. Libri ordinati sugli scaffali o esposti in pile che attendono di essere presi in considerazione: è come una metafora di quello che ci circonda, i libri come le persone che scorrono attorno alla nostra vita, che racchiudono in sé qualcosa da dirci, che sia semplice, banale, profondo, triste, gioioso lo possiamo scoprire solo fermandoci a leggerli. Qualcuno non incontrerà i nostri gusti e probabilmente tornerà nel mucchio, ma qualcuno ci prenderà un pezzetto di cuore e lo farà vibrare in modo speciale, unico.

Adoro le Librerie, luogo di incontro tra ignoti silenzi. Libri che parlano senza voce a persone che ascoltano con lo sguardo. Libri che portano nelle nostre vite pagine silenziose piene di pensieri che vengono da lontano, storie che non esistono ma che diventano parte della nostra storia e noi parte di esse.

Adoro le librerie, mi rilassano, sono il mio momento magico quando i troppi pensieri cominciano a pesare. C’è il terapeutico profumo della carta stampata, c’è la consapevolezza di essere di fronte ad una parte delle memorie di molti, delle loro emozioni, delle loro storie. Ogni volta mi prende il desiderio di leggere tutti quei libri, come se dovessi dare ad ogni autore l’occasione, la possibilità di potersi raccontare. Impresa improba, sarebbe bellissimo ma… dobbiamo fare delle scelte, dare più fiducia ad alcuni piuttosto che ad altri, sbagliando a volte, pazienza. Altre volte scoprendo piccoli tesori nei modi più impensati, magari una occasionale, fortuita conoscenza in rete che ci mette in contatto con un piccolo mondo di grandissime emozioni. Dovendo però proprio scegliere, più che un classico preferisco uno di quei libri che si fanno conoscere attraverso il passaparola, perché a sostenerlo c’è l’esperienza dei lettori più che l’esperienza di chi per lavoro ne scrive la recensione: è un po’ come la differenza che ci può essere nello scegliere se conoscere l’amico dell’amico o un vip attraverso qualche conoscenza particolare. Io, almeno in questo momento, troverei molto più interessante l’amico dell’amico. Questione di fiducia.

L’ultimo libro che ho acquistato è stato come un appuntamento al buio, sulla fiducia. Mai fiducia fu meglio riposta.

Adoro le librerie.
Adoro i libri da sfogliare.
Adoro le pagine silenziose perché lasciano spazio a quello che mi devi raccontare.

Non ci fermiamo mai

Sono veloce.

Veloce come il mio tempo che è sempre un passo avanti a me. A volte mi rincorro da solo, un po’ affannato perché non riesco a prendermi. Abbiamo cominciato a correre cento anni fa e non ci siamo più fermati: maratoneti del domani.

Abbiamo attraversato un secolo sempre accelerando in barba a tutte le leggi della fisica, macinando idee, ideologie, guerre, notizie, informazioni, suoni, persone, volti, sempre alla ricerca di quello che veniva dopo, correndo tra due ali di grandi personaggi che ci vedevano passare e si vedevano lasciati indietro. Non ci siamo fermati mai. Mai.

Purtroppo non corriamo tutti alla stessa velocità e c’è sempre qualcuno che resta dietro, intrappolato nell’istante prima del nostro. E’ così poco quello che ci separa da chi ci sta intorno, eppure quel poco ce lo rende irraggiungibile; navighiamo su onde diverse che non si raggiungono mai: così vicini ma anche così lontani.

Allungo una mano, ma anche se riesco a toccarti, cosa mi resta di un contatto?

Allungo una mano, questa volta aperta, ma tu guardi solo una mano vuota.

Allora allungo due mani e con una ti porgo qualcosa di me, qualcosa di mio per te. E anche se sei lì, poco distante, ora hai qualcosa per ricordarmi, per cercarmi quando ne avrai voglia o bisogno. Ti ho dato una bussola che punta su di me, sempre.

E non mi interessa più correre, non voglio più solo osservare chi passa oltre. Mi fermo. Ti fermo. Ho bisogno di sentirti vicina, non più fugaci contatti. Voglio raccontarti di me, desidero racconti di te: il mio tempo nel tempo del tuo tempo. Perché non è giusto lasciare che tutto o quasi scivoli indietro, perché ogni istante, momento, respiro è qualcosa che non torna.

Il tempo scorre sempre nella stessa direzione, immutabile nel suo procedere attraverso le nostre vite. L’unico modo e mettersi fianco a fianco e procedere insieme, guardando nella stessa direzione, con i ricordi di ieri, i pensieri di oggi e i desideri di domani.

Questione di equilibrio

Sto passando un periodo incasinato, vorrei equilibrio ma non lo trovo. Mi ero sposato con l’idea di invecchiare al fianco di mia moglie e invece da quattro anni vivo da solo e sto aspettando il prossimo 23 giugno per l’udienza di separazione. Almeno i bimbi, tutto sommato, nel male l’hanno presa abbastanza bene. Ultimamente il lavoro non va bene, praticamente non c’è e in mezzo a tutto questo bisogna restare in equilibrio. Bastava una vita a triangolo equilatero, a parallelogramma, una qualsiasi figura piana regolare e il punto di equilibrio si trovava senza tanti problemi. Invece no. Mi trovo a cercare di stare in equilibrio su una cosa senza perimetro o forma. Pure un po’ sghemba.
L’equilibrio non è una condizione statica, altrimenti non dovrebbe essere mantenuto. Ci vuole proazione, ed è quella che mi frega: fai una cosa in un senso e ti sbilanci, la fai da un’altra parte e ti sbilanci: datemi un po’ di tempo per trovare equilibrio e il resto per meravigliarmi del mondo che mi circonda. Ma i miei occhi sono fuori allenamento. Non perché dopo una vita passata davanti agli schermi dei computer un po’ ne risentono, parlo di allenamento nell’osservare le cose. Vorrei avere la prontezza e la profondità di osservazione di Vale, per capire soprattutto se qualcosa che ho visto di recente va oltre la normale, superficiale osservazione, oppure no; perché se mi sono sbagliato vabbè, morta lì, altrimenti non ci sto facendo una gran bella figura. Mannaggia. Un altro scossone all’equilibrio di questa cosa che ci scorre tra le dita come una corda: la puoi guidare ma se la stringi troppo ti sega le mani.
Einstein diceva che Dio non gioca a dadi, non fa le cose a caso. Mi fido, ma non perché l’ha detto Einstein. Questa vita me l’ha data Dio e l’ha fatta proprio per me, un piccolo tassello negli equilibri dell’universo, della vita e di tutto il resto. Ho visto Dio almeno tre volte, negli occhi di tre creature appena uscite dal grembo della loro madre. Mi ha guardato dal suo infinito dritto nell’anima, attraverso degli esserini così piccoli, ma per loro natura già parte di un mistero grandissimo.
In questi ultimi mesi ho visto occhi che mi hanno portato via l’anima. Per un attimo. Poi me l’hanno ridata e non ho ancora capito se c’è tutta, o un po’ di meno. Forse di più. Lo spero proprio, ne ho tanto bisogno. E comunque un po’ di meno o un po’ di più alla fine portano alla stessa conseguenza: cambia la mia consistenza, si sposta il baricentro e tutto torna ad essere ancora una volta una questione di equilibrio.  

Togliete l’audio

E’ da diversi anni che sto cercando di cambiare prospettive, modo di vedere le cose. Ho iniziato dal di dentro mettendo in luce territori a me sconosciuti, luoghi di me che non avrei pensato mi potessero appartenere e altri luoghi che preferirei non mi appartenessero, ma tant’è che stanno lì e l’unica cosa da fare è imparare a conviverci. Ma non è facile guardare, soprattutto nel modo giusto, sempre ammesso che ci sia.
Osservare le persone mi ha sempre affascinato, visto che sono uno che non parla molto, ma nel silenzio osservo. Mi piaceva (piace) cercare di capire il carattere delle persone, almeno una parte, osservandone le azioni, come si muovono, come gesticolano, come usano gli oggetti. Questo mi ha reso insopportabili alcune signore che si incontrano al supermercato, quelle che “gettano” i soldi sul bancone con fare disgustato, con quella mezza smorfia sulla bocca, che rovistano all’interno di un minuscolo portamonete nel quale oltre alle monetine ci sono di solito un po’ di banconote piegate alla meno peggio. Con quanto disprezzano buttano monete e banconote sul bancone come se dicessero alla cassiera: “Tiè! contateli tu i soldi”. Io che cerco invece di mettere sempre tutti i soldi in ordine di taglio, ben distesi, in modo che la cassiera possa verificarli senza troppa fatica.
Troppo buono. No. Troppo maleducate loro.
E questo osservare si perde. Siamo troppo distratti dal rumore che ci circonda, dalle parole, dalle troppe parole e i pochi significati.
Togliete l’audio, per favore.
In questi giorni una carissima conoscente, amica, mi stava suggerendo di provare a guardare una intervista in televisione togliendo l’audio, per osservare meglio l’intervistato e di rivederla poi con il sonoro, confrontando le due versioni e mettendo a confronto il significato di quanto detto con quello espresso dal corpo e dalle espressioni. Facile, se avessi solo un decimo della sua abilità a leggere il linguaggio del corpo: io mi sto applicando, comunque. Con pazienza e precisione mi sta insegnando a leggere il movimento di una mano, lo sguardo, il sorriso; un universo di informazioni che dicono tanto nel silenzio.
Dovremmo vivere in un mondo senza audio per un po’, chissà quanto di quello che ci circonda perderebbe improvvisamente di significato: oggi penso di aver capito perché nei grandi magazzini c’è sempre la musica, a volte anche un po’ troppo alta. Immaginate di osservare file di scaffali di oggetti inanimati nel silenzio più assoluto. Un po’ angosciante vero? Siamo esseri sociali, eppure se ci fate caso praticamente in tutti i luoghi di socializzazione c’è sempre rumore, musica o rumore e per comunicare siamo costretti a gridare, a distorcere tutti i segnali che il nostro corpo invierebbe in una situzione normale (non rumorosa) di dialogo. E non riusciamo più a capire, nemmeno a sentire quello che diciamo o che ci viene detto e non intendo solo il sentire acustico.
Mi ci vorrebbe molta più quiete, anche dentro di me, il rumore, di qualunque natura sia, mi distrae e non riesco ad osservare bene.
Togliete l’audio, per favore, almeno per un po’.

Mi Piace

Mi piace guardarti,
perché non ti vedo mai abbastanza
Mi piace quando ridi,
perché la tristezza si chiama lontananza
Mi piace saperti sola,
perché penso che pensi a chi ti manca
Mi piace quando pensi,
perché a volte il parlare troppo stanca
Mi piace quando ami,
perché senza amore non resisti
Mi piace quando sei amica,
perché ogni sentimento dice che tu esisti
Mi piace quando sei seria,
perché anche senza sorriso sei sempre bella
Mi piace saperti felice,
perché il tuo cuore è riuscito a toccare una stella

Cosa resta dei sogni?

Ditemi chi avete incrociato oggi quando siete usciti? o sull’autobus? e la signora che ha attraversato la strada davanti alla vostra macchina, avete presente?
Quante volte non abbiamo visto qualcuno? quante volte ci siamo persi l’occasione di conoscere una persona speciale?
Era il 25 gennaio quando ho visto due donne teneramente abbracciate l’una all’altra scambiarsi emozioni. Si tenevano per mano, si guardavano trovandosi l’una negli occhi dell’altra, si baciavano trovandosi l’una nel respiro dell’altra, sfidando tutto e andando oltre le apparenze. Poi una delle due si è allontanata, sorridendo, con lo sguardo che diceva “ci sono, non preoccuparti”, senza mai voltarsi perché i loro occhi potessero continuare a vedersi, perché i loro sguardi potessero dirsi quello che le parole non potevano o non riuscivano a dire. Anche se in quel momento si stavano separando loro si erano trovate, per una incredibile serie di non so quali coincidenze le loro vite si erano incrociate dando loro l’occasione di guardarsi: potevano rimanere ignote passanti l’una nella vita dell’altra ma al momento giusto hanno rivolto lo sguardo fuori dalla propria anima.
Con la stessa probabilità che due comete possano scontrarsi nell’infinito dell’universo, i loro mondi sono entrati in collisione in mezzo all’infinito della stupidità umana e un’onda lunga di emozioni, inarrestabile come uno tsunami si è allargata intorno a loro travolgendo, nel bene e nel male, tutti quelli che hanno avuto l’occasione, ma direi più il privilegio, di conoscerle.
Conoscere.
Non è solo sapere un nome o ricordare un volto, è qualcosa che per le persone deve scendere più nel profondo, è anche familiarità non occasionalità. Jung diceva: “La conoscenza si basa non solo sulla verità ma anche sull’errore”, e quanto facile è commettere degli errori nel rapportarci con gli altri se non c’è sufficiente vicinanza per arrivare a percepire a 360 gradi chi ci sta di fronte?
Purtroppo chi si ferma alla superficie non può vedere in modo obbiettivo e solo chi scende in profondità può capire con il cuore. Pillola rossa o pillola blu, come in Matrix: dipende dove si vuole arrivare o dove non si vuole arrivare.
Due donne hanno deciso di conoscersi, nella verità, negli errori, nelle incomprensioni e nei chiarimenti, anzi hanno deciso di andare oltre, di spingersi più in là degli stereotipi, facendosi tanti nemici, sia tra chi le ha sempre contestate, ma anche tra coloro che, in teoria, dovrebbero stare dalla loro parte, perché non tutti hanno capito, non tutti hanno “osservato” in silenzio, molti hanno solo “visto” in mezzo a tanto clamore. E così in mezzo a questo clamore, che notoriamente fa molto più rumore del rispettoso silenzio, due donne hanno giustamente deciso di viversi a modo loro, in un modo che non ci è dato di sapere, ma chi ha imparato e saputo osservare ora ha gli strumenti per conoscere e capire; per tutti gli altri i sogni rimarranno eterei, sbiaditi e inconsistenti frammenti di memoria.

Occhi Miei

Quando si guarda ma non si vede o per paura si preferisce non vedere…


~ OCCHI MIEI ~

Abbiamo occhi che vedono quello che vogliamo,
ma a volte è difficile vedere
quando abbiamo paura di ciò che guardiamo.
Questi occhi miei osservano da sempre
e spesso mi domando cosa vedo,
perché poche volte ho capito veramente.

E’ l’equilibrio che protegge il cuore
quello che a volte ci fa distogliere lo sguardo,
quello che poi ci fa pentire di non aver visto,
perché a volte anche il dolore serve
e ogni sofferenza dà spazio ad altro bene,
ogni cicatrice diventa un piccolo traguardo.

Però solo di fronte ad un altro sguardo
possiam vedere dove finisce
l’infinito senso di noi.
E in altri occhi che dicono: “ci sono anche io”,
i nostri divisi infiniti
si uniscono in un singolo noi.

Andando a Venezia

27 aprile 2010, sto andando a Venezia.
Il cielo sopra di me sta facendo un girotondo grigio attorno al sole che appare e scompare a intermittenza ma resiste. Dal ponte la vedo arrivare, questa città sospesa tra acqua e cielo, un tempo incontro di culture, oggi cultura di sè stessa che continua ad attirare tutto il mondo.
Sono venuto a Venezia un sacco di volte, ci abito vicino, per me è normale: gli anni dell’università, le passeggiate domenicali con gli amici, il gelato da mangiare in compagnia alle “zattere”, il lavoro. Tanti motivi diversi mi hanno portato qui e oggi ne aggiungo uno nuovo. L’appuntamento, che si rivelerà stranamente rapido, è con il tribunale: devono solo comunicarmi il giorno in cui si terrà l’udienza per la separazione.
Ho una teoria personale riguardo al muoversi dentro a Venezia: se non sai dove andare segui il flusso principale delle persone, prima o poi visiterai tutti i luoghi principali. Rialto è uno di questi, lì devo arrivare, ma oggi sembra che tutte le persone si muovano in direzione opposta alla mia.
Così mi fermo e chiudo gli occhi e ascolto il rumore delle scarpe dei passanti sulle pietre delle calli, quello scalpiccio così particolare che si sente solo qui. Eccolo, è sempre lui, in un certo senso è rassicurante, una sorta di identità mai perduta e quando riapro gli occhi ritrovo anche persone che vanno nella mia stessa direzione, sicuramente per altri motivi, diventando però involontari compagni di percorso, ignoti passeggeri che nei lunghi viaggi ogni tanto ci fanno distogliere lo sguardo dal finestrino quando tutto scorre troppo velocemente per essere fissato nella memoria.
Tutto si svolge rapidamente, in un innaturale silenzio ovattato dalla presenza di armadi pieni di carte di un piccolo ufficio. L’impiegata davanti al computer sussurra un “23 giugno, ore 12.00“… 23 giugno…. Il giorno in cui io e la ragazza che poi sarebbe diventata mia moglie ci siamo messi insieme. Un cerchio si chiude. Altro si apre.

Essenza

Grazie a Valentina e ai Custodi del Sogno per avermi fatto conoscere queste bellissime parole di Carlos Drummond de Andrade

Quando incontri qualcuno e questo qualcuno fa fermare il tuo cuore per alcuni secondi, fai attenzione: Può essere la persona più importante della tua vita.

Se gli occhi si incrociano e in quel momento c’è la stessa luce intensa tra loro, stai in allerta:può essere la persona che stai aspettando dal giorno in cui sei nato.

Se il tocco delle labbra è stato intenso,se il bacio è stato appassionante e gli occhi si sono riempiti d’acqua in quel momento, rifletti:c’è qualcosa di magico tra voi.

Se il primo e l’ultimo pensiero del giorno è per quella persona, se il desiderio di stare insieme arriva a stringerti il cuore, ringrazia: Dio ti ha mandato un dono divino: l’amore.

Se un giorno doveste chiedere perdono l’uno all’altro per qualche motivo e in cambio ricevere un abbraccio, un sorriso, una carezza sui capelli e i gesti varranno più di mille parole, arrenditi: voi siete fatti l’uno per l’altro.

Se per qualche motivo fossi triste, se la vita ti avesse inflitto un colpo e l’altra persona soffrisse il tuo dolore, piangesse le tue lacrime e le asciugasse con affetto, che cosa meravigliosa: tu potrai contare su di lei in qualsiasi momento della tua vita.

Se riesci col pensiero a sentire l’odore della persona come se lei si trovasse lì al tuo fianco, se la trovi meravigliosamente bella,anche quando indossa un vecchio pigiama, ciabatte infradito e ha i capelli arruffati…

Se non riesci a lavorare per tutto il giorno, emozionato per l’appuntamento che avete quella sera… se non riesci a immaginare, in nessun modo,un futuro senza quella persona al tuo fianco.

Se hai la certezza che la vedrai invecchiare e, anche così, sei convinto che continuerai ad essere pazzo di lei, se preferiresti morire prima di vedere l’altra andarsene: è l’amore che è entrato nella tua vita. È un dono.

Molte persone si innamorano molte volte nella vita, ma poche amano o trovano un amore vero.

O a volte lo incontrano e non prestando attenzione a questi segnali, lo lasciano passare, senza lasciarlo accadere veramente.

È il libero arbitrio.

Per questo presta attenzione ai segnali, non lasciare che le follie del quotidiano ti rendano cieco alla miglior cosa della vita: l’amore.

(Carlos Drummond de Andrade)

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